I campi di concentramento, come è noto, erano formati da baracche di legno, recintati da filo spinato e sorvegliati, notte e giorno, da soldati armati sistemati su apposite torrette. Naturalmente c’era il reparto cucina e i gabinetti. In certi punti del campo c’erano delle fontanelle per attingere acqua e lavare i panni.
Ogni campo aveva a capo un ufficiale italiano nominato dai tedeschi e ogni baracca aveva a capo un ufficiale anziano, sempre nominato dai tedeschi. Alcune baracche erano suddivise in camerette.
Nei campi dove sono stato io eravamo solo ufficiali, da sottotenenti a capitani. Non so dove fossero stati sistemati gli ufficiali superiori e i generali prigionieri.
Tutti quanti dormivamo nei cosiddetti castelli, a tre piani con pagliericci. La vita scorreva ogni giorno uguale.
La mattina e il pomeriggio veniva fatto l’appello, cioè ci si doveva mettere in fila per cinque e un militare tedesco ci contava. Il cosiddetto appello durava qualche ora e, se per caso il conto non tornava, si doveva rifare e quindi stare all’aperto qualche altra ora. Capitava che d’inverno, per la neve e per il freddo, qualcuno cadesse a terra svenuto. A me, per fortuna, non capitò mai.
La mattina, a turno di squadra, si andava a prendere il tiglio e poi i viveri della giornata: la famosa sbobba (minestra di rape), il pane, le patate bollite, un cucchiaio di zucchero, un po’ di margarina o marmellata. Il pane, che aveva la forma del nostro caciocavallo, cioè di parallelepipedo, bisognava suddividerlo in parti precise di circa 150-200 grammi a testa. Ci davano, ma non sempre, anche una lametta e un sapone per la barba e il bucato.
Ogni tanto facevano delle perquisizioni, cioè ci buttavano tutti fuori (anche di notte) e controllavano i nostri bagagli. Ho poi scoperto che cercavano una radio che di notte riceveva da qualche stazione estera.
A me sottrassero un quaderno in cui avevo iniziato a scrivere il mio diario.
……… Ricordo che il cielo era sempre coperto, simile a una cappa di piombo. Il sole lo vidi solo nel mese di agosto.
Si passava il tempo chiacchierando e in particolare si illustravano i piatti tipici dei vari paesi d’Italia. La sera, o nei pomeriggi, ci si riuniva attorno alla stufa e il cappellano ci invitava a recitare il S. Rosario. Spesso trascorrevamo il tempo stando sdraiati sui pagliericci per non sciupare energia, specialmente noi del sud d’Italia, perché più affamati. Noi del sud non potevamo ricevere pacchi viveri, mentre quelli del nord potevano riceverli (pacchi di 2 Kg). Ricordo che nel campo di Witzendorf, d’inverno, si teneva la stufa accesa con legna che si andava a pigliare in un bosco fuori dal campo.
A prendere la legna (rami secchi che si trovavano a terra) si andava a turno. Cioè un gruppo di prigionieri, scortati da qualche soldato tedesco, usciva dal campo e andava a raccogliere legna.
Un giorno capitò anche a me di andare. Era una giornata freddissima e c’era tanta neve. Arrivati nel bosco, ci caricammo di rami secchi. Io ne avevo presi tanti ma lungo la strada, sentendomi stanco, a poco a poco ne buttai un po’ a terra. Non solo, siccome non avevo i guanti mi si gelarono le mani. Corsi un brutto momento perché stentai molto a recuperare la sensibilità. Dopo di che i miei compagni di baracca (e di sventura) mi dispensarono da tale servizio.
Il mio primo campo di prigionia fu quello di Tarnopol ove giunsi il 24 dicembre del “43 e vi rimasi fino al marzo del “44. Di questo campo ricordo che, appena entrati, ci presero le impronte digitali, ci diedero il piastrino di riconoscimento (il mio numero di matricola era 42721). Io ricevetti un cappotto (dall’Albania ero partito senza) appartenuto a un soldato russo morto.
Dopo esserci sistemati nelle baracche, nel tardo pomeriggio, come tanti altri miei colleghi, non avendo altro da fare, per passare il tempo mi misi a passeggiare dentro il campo. Ero assieme ad alcuni colleghi quando un bel momento un bravo soldato tedesco ebbe la felice idea di… pigliarci a pedate. Un buon inizio… Naturalmente non potevamo reagire.
………. Nella stessa baracca ove alloggiava il capitano Brignole ci stavano altri due personaggi molto importanti: il cappellano militare don Luigi Pasa e l’indimenticabile Giovannino Guareschi.
………. Una domenica, precisamente il 28 agosto 1944 un ufficiale, il tenente Vincenzo Romeo di Siderno Marina (Reggio Calabria) lavava i suoi panni. Per strizzarli si era avvicinato al filo che precedeva il reticolato. Dalla torretta la sentinella tedesca, che già la mattina del 20 agosto aveva sparato sui prigionieri russi, lo uccideva con un colpo di fucile senza giustificazione alcuna. Il Romeo cadde riverso invocando la mamma.
La sentinella ebbe dai suoi superiori un permesso speciale come premio.
Dal ” Diario clandestino” di Guareschi , dalla pag 124, trascrivo quanto dice del caso Romeo:
” e l’uomo di lassù, quando ha visto che il corpo era stecchito, ha staccato il ricevitore e ha telefonato al corpo di guardia : – Ho ucciso un italiano-. Avrà il premio. Se una sentinella spara e sbaglia ci sono gli arresti, se colpisce c’è la licenza. Il regolamento è inesorabile.”
………. Nei campi venivano giornalmente dei contadini polacchi per rifornire la cucina di patate e altri viveri. A poco a poco con questi contadini iniziò uno scambio clandestino ( ma i tedeschi , pur avendolo notato, lasciavano fare) di merci. In breve, mentre i prigionieri affamati cedevano qualcosa di utile o prezioso, ricevevano in cambio dei viveri.
Un giorno anch’io ebbi l’occasione di fare un baratto. Avevo solo l’orologio da offrire e lo diedi per un … uovo!